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Radiohead canzoni più belle

15 canzoni che non dovrebbero mai mancare nella scaletta dei Radiohead

Esiste forse compito più ingrato di compilare una lista di pezzi che avrei piacere di ascoltare ad un concerto dei Radiohead, magari il prossimo giugno a IDays Milano 2017 o a Firenze Rocks? Come faccio a prediligere una canzone ad un’altra quando sono convinto che qualsiasi cosa decidano di suonare in qualsivoglia ordine mi renderebbe un bambino felice? E quali leggi regolano questo sadico giochino?

Non posso certo fare un elenco di 50 pezzi motivando le mie scelte, perchè probabilmente all’ottavo pippone vi calerebbe la palpebra. Ma non posso nemmeno sceglierne 5, perché sarebbe oggettivamente impossibile sintetizzare una discografia così eclettica e importante restringendo troppo il campo. E allora ho deciso di decretare tre semplici criteri da seguire alla lettera: 1. mi limiterò ad individuare 15 brani 2. al massimo 2 per album 3. in rigoroso ordine cronologico. Così dovrei farcela. Via.

1. Creep
Frettolosamente bollata come “deprimente”, la ballad che ha lanciato i Radiohead un quarto di secolo fa ha avuto il grande merito di inquadrare l’alienazione post-Cobain degli anni ’90, diventando (forse involontariamente) un vero e proprio manifesto generazionale. Curiosità: i rigurgiti distorti che anticipano il ritornello rappresentano il tentativo di Johnny Greenwood – annoiato dall’incedere troppo lento – di sabotare la canzone. Tentativo miseramente fallito: caro Johnny, di questo pezzo non ci si stanca mai.

2. Thinking About You
Buttata lì tra Stop Whispering e Anyone Can Play Guitar, Thinking About You suona come un frammento, uno scheletro, quasi un interludio. In realtà questo brano era stato inserito anche nel mitico Drill e.p. del 1992, e a quanto pare la band ci teneva parecchio. Ho sempre pensato che il testo raccontasse l’infausto finale di Creep, un po’ come se l’inadeguato amante si ritrovasse prigioniero dei suoi ricordi tra rabbia, umiliazione e dolore. Mi immagino una versione acustica – ma sono conscio del fatto che probabilmente non la suonano live dagli anni ’90.

3. Planet Telex
Quando deciderò di stilare una classifica dei migliori brani di apertura di un disco (à la Rob Gordon in Alta Fedeltà), Planet Telex occuperà senz’altro una posizione di rilievo. The Bends comincia lento ma vigoroso, con risonanze e rumore bianco, seducenti delay e la voce di Yorke distorta il giusto. Nel 1994 – quando i cd generalmente si ascoltavano rispettando l’ordine dei brani – questo affascinante incipit ha segnato la mia adolescenza: dovessero mai riesumarla (cosa che comunque è capitata, anche di recente) mi farebbero molto contento.

4. Street Spirit (Fade Out)
Se Planet Telex mi aveva fatto venire una voglia mostruosa di divorare The Bends, la prima volta che le mie orecchie udirono le languide note dell’arpeggio della traccia conclusiva (Street Spirit) rimasi inebetito: non mi bastava, ne volevo ancora. In mezzo a questi due brani ci sono dieci bellezze, ma qui mi sono imposto di scegliere massimo due pezzi per album: e nella mia lista questo non può mancare, perché credo che sia la prima canzone della discografia dei Radiohead a esaltare la fenomenale capacità visionaria della loro musica.

5. Paranoid Android
Ok Computer è un disco fondamentale: prepara al grande salto. E lo fa con garbo; per esempio con Karma Police o No Surprises, pezzi tutt’altro che spiazzanti. Ma lo fa anche con un “singolo” di oltre 6 minuti, che più che una canzone pare una suite. È un pezzo ambizioso – tanto nella struttura quanto nel testo (che cita Marvin, l’alieno depresso di Guida galattica per gli autostoppisti di Douglas Adams). Johnny Greenwood l’ha definito come “un incontro tra Dj Shadow e i Beatles”. Aspettarselo nei dintorni dell’encore è cosa buona e giusta.

6. Exit Music (For A Film)
Scritta per i titoli di coda della rivisitazione post-moderna di Romeo + Giulietta di Baz Luhrmann, questa inquietante ninna-nanna rappresenta la concretizzazione del pensiero sopra espresso mentre parlavo di Street Spirit (Fade Out). L’intensità che raggiunge il brano nello special per poi appoggiarsi delicatamente sul silenzioso finale è da brividi; ho avuto la fortuna di ascoltarla dal vivo nel ’97 e vi posso assicurare che la versione live è perfino più struggente di quella in studio.

7. Everything In Its Right Place
È passato qualche anno dall’esordio della band di Oxford, e all’alba del nuovo millennio il suono cambia completamente. Ad annunciarlo ci pensa il piano elettrico che apre il primo pezzo di Kid A, con tanto di vocalizzi effettati e sperimentalismi elettronici. Difficilissimo pronunciare la parola rock: i Radiohead – ai tempi all’apice del successo – vanno all-in, uscendo vincitori da quella che a tutti gli effetti si può definire come una delle scommesse più azzardate che la storia della musica ricordi. Pezzo epico, che non può e non deve mancare.

8. Pyramid Song
Non mi ricordo quanto tempo ho passato a tentare di individuare l’apparentemente complessa struttura ritmica di Pyramid Song. Mi mettevo lì a solfeggiare con le dita, finendo inevitabilmente per perdermi nel conteggio. Poi un bel giorno ho scoperto che è un semplice 4/4, solo che essendo pieno zeppo di sincopi ritmiche (accenti spostati) suona storto. Ma la vera morale di questa favola è ancora più semplice di quei 4/4: chissà che cosa me ne può fregare dei numeri, quando Pyramid Song è un’assoluta meraviglia che ascolterei all’infinito.

9. We Suck Young Blood
Hail To The Thief è l’album che ho capito meno della discografia dei Radiohead. Non che non apprezzi colpi di genio come Backdrifts, The Gloaming o Myxomatosis, o che non consideri brani di spessore come 2 + 2 = 5 e Sail To The Moon; ma il pezzo al quale sono rimasto più legato è We Suck Young Blood. Sì, un’altra ballad. E allora? Non siamo mica a un concerto degli AC/DC.

10. Weird Fishes/Arpeggi
A posteriori sono tentato di sancire che la leggera flessione di Hail To Thief fosse finalizzata a un nuovo lancio nel firmamento degli album indimenticabili. In Rainbows è talmente perfetto che mi riesce davvero difficile scegliere quali brani vorrei sentire dal vivo. Comincio andando sul sicuro con l’immensa Weird Fishes/Arpeggi.

11. Nude
E ci metto pure Nude, che a mio avviso è la dimostrazione che puoi esercitarti a cantare in falsetto quanto vuoi, ma Thom Yorke sarà sempre molto più bravo di te.

12. Morning Mr. Magpie
The King Of Limbs sfoggia architetture ritmiche molto più complesse di questa Morning Mr. Magpie, che però mi ha sempre colpito per il geniale contrasto che si crea tra le morbidi e dilatate frasi modulate da Yorke e l’esasperato nervosismo di basso, chitarra e batteria. Intelligent Funk Music.

13. Codex
Che nessuno mi tocchi Codex. L’accostamento a Pyramid Song (soprattutto per gli accenti del pianoforte) è obbligatorio, ma non si tratta di una brutta copia dell’immortale singolo tratto da Amnesiac. È piuttosto l’ennesimo lento-atmosferico in grado di trascinarti nel fiabesco mondo dei Radiohead e farti passare la voglia di uscirne per sempre.

14. Burn The Witch
Oltre ad essere un brano incantevole e a rappresentare i Radiohead moderni, sarei davvero curioso di assistere all’esecuzione di Burn The Witch dal vivo. Tutta la mia attenzione si concentrerebbe su Johnny Greenwood naturalmente: gli arrangiamenti di archi (vero e proprio telaio della canzone) sono opera sua, ma non penso che siano facilmente replicabili live senza un’orchestra. Stupiscimi, Johnny.

15. True Love Waits
La mia personale scaletta perfetta di un concerto dei Radiohead termina con questo brano. E la mia decisione non ha a che fare con l’ordine cronologico dei brani (anche se ad oggi lo rispetta): True Love Waits è un sogno talmente vivido che dovrebbe riecheggiare nell’aria per millenni, donando speranza anche all’essere umano più pragmatico e disilluso che esiste su questo pianeta.

Marco Rigamonti

Foto di Danny Clinch

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