Onstage
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Green dei R.E.M. compie 30 anni

Green, album dei R.E.M. del 1988, compie trent’anni. Il gruppo della Georgia formatosi nel 1980 e che ha preso il suo nome da quella fase del sonno in cui la realtà è sostituita dal sogno (Rapid Eye Movement) firma per la Warner, una major. “Major” che rappresenta quello che per molti gruppi determina la fine dell’indipendenza e la perdita di molta della propria anima artistica.

Non per i R.E.M., che dalla scena post punk arrivano e che nonostante soldi e fama, nonostante il loro mondo improvvisamente cambi stile e regole, rimangono e mantengono la loro anima intatta danzando con leggiadra blasfemia all’interno delle Top Ten pop. Il loro lavoro di erosione dall’interno inizia dando vita ad una demolizione del patinato mondo musicale con le armi della bellezza, dello stile, delle parole colte incastonate in melodie ora struggenti ora leggere e solari. Il movimento prepara le basi per la detonazione definitiva che avverrà con l’avvento del Grunge, con in copertina quell’amico collega Kurt Cobain che Michael Stipe non è riuscito a salvare con la sua arte.

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30 ANNI FA…
Quando nel film Ritorno Al Futuro lo scienziato pazzo Doc nel 1955 chiede al viaggiatore temporale Marty chi fosse il Presidente degli Stati Uniti nel suo tempo (il 1985), scoppia in una risata incredula: “Ronald Reagan? L’attore?? E il Ministro della Guerra chi è, John Wayne?!”.
Una situazione paradossale da commedia di serie b, anche se ora non siamo messi meglio. Sul finire del 1988 l’avvicendamento di Reagan con l’allora Vicepresidente George Bush, vede un paese che aveva abbattuto le pressioni fiscali, aumentato a dismisura il debito pubblico, la produzione industriale e in particolar modo quella militare.
La politica Reaganiana aveva fecondato all’estremo la figura dell’Americano medio, con le sue contraddizioni e la doppia faccia della sua anima, ad altissimo contrasto. Da un lato il benessere, la leggerezza di una visione rosea del futuro. Dall’altro la decadenza delle virtù e dei principi basilari dell’uomo che lo hanno portato verso una china orribile di spreco, sprezzo dei problemi della Terra, atteggiamenti di machismo in politica estera che porteranno al coinvolgimento in Iraq e altre azioni che dietro la facciata patinata, nelle retrovie, lasciavano morte e distruzione.
Il volto sorridente di un Presidente attore era la copertina di una menzogna che l’arte si proponeva di distruggere, soprattutto nel movimento indipendente, quello che oggi chiamiamo Indie (senza coscienza del fatto che lo stiamo snaturando, offendendo, perché di quel seme sovversivo che si sviluppava al di sotto della superficie visibile delle cose rimane nulla).
Anzi, la grande sconfitta di un movimento, di un’arte, e di una razza intera sta proprio nel vedere lotte sanguinose e violente prese a etichetta di voci che dicono l’esatto contrario. Ma quel germe di distruzione punk era forte nei R.E.M., sviluppato nei cinque album precedenti e con l‘approdo alla Warner portato a estrema bellezza e fruibilità con Green, l’album di transizione per eccellenza. Da qui in avanti Stipe e soci diventano l’esempio di come si possa convivere con il nemico deridendolo e umiliandolo con la qualità.

IL DISCO
Il College rock degli esordi diventa grande e va all’Università in Green. I testi diventano meno criptici, sulla via delle poesie evocative rese magnifiche negli album successivi, e in particolare con l’esplosione definitiva di Out Of Time. Ma Green (Il colore dei soldi, i dollari americani chiamati in slang ‘verdoni’) è l’album di passaggio perfetto, dove tutte le correnti si incontrano creando un vortice irresistibile di ingredienti.
C’è già un forte ammiccamento al pop e alle sue melodie, alle sue atmosfere colorate e leggere, atte al gusto del maggior numero di persone possibile. C’è però anche il rock ruvido e la rabbia sovversiva del punk che si scaglia contro le convenzioni, la politica, l’immobilismo sociale. C’è la malinconia tipica dei R.E.M., che nella loro discografia fiorirà innumerevoli volte in capolavori di emozione sanguinante e lacrimante (citiamo su tutte Everybody Hurts), il liricismo colto e annichilente di Stipe, la chitarra di Peter Buck che dall’orecchiabilità jingle-jungle figlia degli anni ‘60, vira con naturalezza nella psichedelia o nella acustica intima, nel riconoscibile mandolino (anche qui, su tutte, Losing My Religion del successivo Out Of Time).
Ci sono tutti i generi riconoscibili nella musica del gruppo, dal punk al pop, dal rock al folk. I R.E.M. dichiarano di fare sul serio con le classifiche piazzando in cima due singoli, iniziando una relazione forte e duratura con le charts, dimostrando di saper maneggiarne gli strumenti pur mantenendo la qualità così sfacciatamente superiore agli artisti che li circondano.
Orange Crush è rock deciso, con chiaro marchio anni ’90, anticipatore di un filone molto ricco da tutti i punti di vista. Tra i tanti meriti del gruppo c’è quello di dettare le basi sonore e di pensiero che porteranno alla rivoluzione del genere nel decennio che seguirà la pubblicazione di Green. Kurt Cobain ha sempre nominato Stipe e la sua musica come fonte di ispirazione. Il cantante dei R.E.M. ha sempre voluto collaborare con il cantante dei Nirvana, per l’arte e per la sua anima, per salvarlo (ma quando Stipe si decise a fare quella telefonata, era ormai troppo tardi).
Stand è la diabolica mossa dei R.E.M.: entrare con entrambi i piedi nel mondo del pop. La sua melodia è killer, un passepartout sonoro che può aprire qualsiasi porta. Ma l’atteggiamento di scherno verso il pop stesso è evidente già dai primi versi dell’album. ‘Dovremmo parlare del tempo? Del Governo?’ colloquia Stipe in Pop Song ’89 con un tizio che pensa di riconoscere ma che in realtà è un signor nessuno che si perde nella folla con cui intraprendere una comunicazione improntata al qualunquismo. Uguale a mille altre, come le canzoni pop.
La loro impronta pop è definita ancor più in profondità da Get Up, che melodicamente rientra nei canoni ma che nel testo si immerge in profondità, con introspettiva emotività, uno spessore inconsueto e contrastante. Il mandolino appare in You Are The Everything che attraverso sonorità vagamente Ledzeppeliniane addolcisce l’atmosfera anche grazie alla fisarmonica.
Il suono dei R.E.M. è riconoscibilissimo in World Leader Pretend, come anche la loro critica politica. Ritorna mandolino e richiamo ai Led Zeppelin in The Wrong Child, bellissima ballata malinconica dove Stipe affina una comunicabilità inimitabile che ha improntato una generazione intera. L’aggressività rock di Turn You Inside Out e l’eclettismo di I Remember California fanno da contraltare all’acustica Hairshirt e alla spigliatezza grottesca di Untitled. L’offerta musicale di Green è tra le più varie della discografia dei R.E.M., e lo rendono un album universale e fuori dal tempo, senza età, senza confini e senza barriere. Una delle tante lezioni di umanità sotto forma di musica del quartetto di Athens, Georgia.

E OGGI..
Negli anni, fino al loro scioglimento nel 2011, i R.E.M. sono stati un faro per il popolo, un reminder del fatto che nella nostra quotidianità possiamo ambire alla bellezza come dovere verso gli altri e verso noi stessi.
I loro video erano una piacevole interruzione al flusso pop di Madonna, di Michael Jackson, delle boyband e di gruppi rock come i Guns ‘N Roses. I R.E.M. dialogavano con noi alla pari, senza atteggiamenti elitari ci dicevano come migliorarci e renderci unici, non facilmente intercambiabili, e che questo non significava per forza isolarsi. Si poteva essere colti e di qualità anche in mezzo agli altri. Che si poteva stare in mezzo alla massa e usare il cervello.
E quanto ci mancano oggi i R.E.M.? Oggi che la qualità, la riflessione, il non conformismo vengono demonizzati, additati come decine di altre cose che rendono diversi, particolari. L’era dell’intercambiabilità è orfana di Michael Stipe e del suo gruppo, e lo siamo noi.
Sono sempre stato un ascoltatore di musica così appassionato, da farla entrare nella mia vita in maniera talmente radicata da permetterle di condizionare la mia percezione del mondo. E non posso costringermi a non trovare un parallelismo tra la fine dei R.E.M. e un peggioramento tangibile del mondo, delle persone e dell’arte.

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