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Seasons dei Sevendust compie 15 anni

Seasons dei Sevendust è uscito 15 anni fa: il quarto album della formazione capitanata da Lajon Witherspoon è considerato da molti il loro migliore. Ultimo album con la formazione originale dopo la defezione di Clint Lowery, chitarrista e fondatore della band, che si prenderà una lunga pausa per unirsi ad un’altra band Alternative, i Dark New Day, e tornare poi in formazione nel 2008.

Accolto in maniera sontuosa dalle classifiche americane (arrivò a sfiorare la top ten con il suo quattordicesimo posto), Seasons è stato uno degli ultimi album di valore dell’ondata Nu Metal che ha imperversato a cavallo della fine degli anni’90 e l’inizio duemila. I Sevendust appartengono ad una nutrita schiera di gruppi di seconda fascia del Crossover, quelli che non hanno mai riempito platee gigantesche, sopratutto fuori dagli Stati Uniti, come più blasonati colleghi quali Limp Bizkit, Staind o Disturbed, ma che hanno contribuito con qualità ed energia a creare un contesto che ha saturato il mercato in quegli anni, e che ha regalato a milioni di ragazzi idoli da seguire, sfoghi per rabbia e frustrazioni e tantissima musica spesso di non trascurabile livello.

Sevendust-Seasons-2003

15 ANNI FA…
Quello che da molti viene chiamato ‘Adidas Rock’ (forse riferito al vestiario sfoggiato da Jonathan Davis dei Korn nei primi anni di carriera) e più comunemente conosciuto come Nu Metal, nel 2003 stava morendo. Passati i fasti e i grandi numeri, molti oggi guardano con pentimento all’amore incondizionato riservato a quei gruppi. Vedo molti commenti irrisori e generalmente negativi riservati ai Limp Bizkit, gruppo che allora dominava le classifiche e i palchi di tutto il mondo. Ricordo un Independence Days Festival a Bologna dove Fred Durst e soci hanno letteralmente aizzato la folla contro i Blink 182 rei di avergli usurpato il trono di headliner, con il gruppo punk preso a sassate e fischi e costretto ad interrompere il concerto. Allora i Limp Bizkit erano venerati da un esercito adorante che per loro avrebbe fatto di tutto, mentre ora sono disconosciuti e additati come uno dei momenti più imbarazzanti della storia della musica recente.
I Korn e i System Of a Down vivevano una crisi di identità che ha profondamente intaccato la qualità compositiva dei loro album. I Deftones non sono più riusciti a ripetere il successo di White Pony del 1999, i Rage Against The Machine esaurivano la loro benzina rivoluzionaria e sono stati tra i primi ad accorgersi del grottesco insito nel suonare quella musica una volta raggiunta una certa età e il successo. La fabbrica di soldi si è inceppata, con il suo tripudio di stili, di colori, di razze.
I grandi del Nu Metal si stanno sgonfiando, ma quei gruppi che combattono appena dietro le prime linee possono ancora permettersi di continuare a produrre musica. Proprio per non essere stati in vetrina sono al riparo dalla repulsione del pubblico, dovuta all’indigestione e alla sovraesposizione, liberi di continuare con serietà e mestiere a comporre musica.
Se alcuni gruppi ‘minori’ sono scomparsi o sono stati ridimensionati (alcuni in seguito a vicissitudini tragiche come Lostprophets, Alien Ant Farm e Drowning Pool), molti altri hanno traghettato gli anni della prima decade del 2000 continuando a regalare emozioni a milioni di fan. Tra questi proprio i Sevendust, che ancora oggi producono buoni album grazie a successi come Seasons, un appiglio su cui aggrapparsi per sopravvivere alle sabbie mobili che nel ventunesimo secolo hanno inghiottito il Nu Metal.
Se volete avere una buona retrospettiva dei migliori episodi del Nu Metal dei gregari, vi consiglio le colonne sonore dei film. Se non vi interessa poi molto l’effettiva qualità dei film in questione, scoprirete che le colonne sonore sono divertenti e di buonissima qualità. Andate a ripescarvi queste: i Sevendust sono presenti in Mortal Kombat e nel buonissimo Il Re Scorpione, ma anche in Dracula 2000, Queen Of The Damned, Spawn e The Punisher troverete OST piene del miglior Nu Metal.

IL DISCO
Seasons è il manifesto perfetto non solo di un gruppo, ma di un genere intero. Tutti i caratteri distintivi del Nu Metal mainstrem sono glorificati dalle 12 tracce presenti nel quarto album dei Sevendust, che arriva dopo il violento esordio omonimo e dopo il bellissimo Home del 1999 (cd con ospiti altisonanti come Chino Moreno dei Deftones e Skin degli Skunk Anansie) e in qualche modo fissa in maniera indelebile gli equilibri perfetti tra melodia e parti heavy.
Ci sono molti pezzi che possono essere usati come vetrina per il Nu Metal, come Gone e Suffocate, così perfettamente calibrate tra riff compressi metal e sfoghi melodici maledettamente evocativi e catartici. Dalle prime note appare evidente come il tutto sia reso possibile dal timbro e dalla tecnica vocale di Witherspoon, uno che riesce come pochi a unire pulito e urlato sotto il segno di un’anima black che ricorda spesso i capostipiti del Crossover Living Colour. Questa vena soul nel suo cantato rende unica e immediatamente riconoscibile la musica dei Sevendust. Il singolo Enemy è un attacco violento, ed è di grande impatto pur non rinunciando al consueto ritornello melodico, mentre Broken Down punta sull’immediatezza dell’orecchiabilità in quella che è una power ballad classica. Con Face To Face si torna a pestare pesante e Witherspoon sfodera la parte più graffiante e aggressiva della sua ugola. Non manca proprio niente in questo manifesto del Nu Metal. Nemmeno la ballad acustica piena di emozione, intensa e riflessiva, ovvero Skeleton Song, dove ancora il cantante dà prova di una padronanza del mestiere eccezionale.

E OGGI…
Il mercato italiano è sempre stato freddo nei confronti del Nu Metal e pochi gruppi si sono riservati la loro fetta di celebrità. Di certo pochi sono sopravvissuti alla terribile decade che ha inaugurato il ventunesimo secolo. Giusto i già citati Limp Bizkit, gli Incubus, i Deftons e i System Of A Down hanno avuto voce in capitolo, mentre tutta la schiera di gruppi di seconda fascia, alcuni di questi come detto di grande spessore e meritevoli di rispetto e attenzione, qui da noi sono arrivati solo per una ristretta fascia di appassionati (che oltre alle band di cartello hanno voluto approfondire le decine di gruppi che affollavano i grandi festival americani, dall’Ozzfest al Family Value al Music As a Weapon fino al Woodstock del ’99, dove i Sevendust furono grandi protagonisti).
Oggi questi gruppi cercano di emergere dall’anonimato grazie ai featuring con i nomi che oggi sono sulla cresta dell’onda. I Sevendust ad esempio si sono avvalsi recentemente delle collaborazioni di Myles Kennedy e Mark Tremonti dagli Alter Bridge e Chris Daughtry (Chapter VII:Hope & Sorrow). Ma andare a ripescare i grandi album di questi musicisti è un’esperienza piacevole e catartica, perché mai come allora e in quel contesto la musica ha avuto un così perfetto mix di cattiveria e poetica malinconia, divertimento e riflessione.
Fa bene all’anima riascoltare album come Seasons dei Sevendust, piuttosto che Welcome dei Taproot, The Height Of Callousness degli Spineshank, Scars dei Soil e molte altre piccole perle che magari non sono ammesse nell’elite della musica, ma che il loro sporco lavoro lo fanno sempre e in cambio non chiedono mai nulla.

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