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Sound Of Madness degli Shinedown compie 10 anni

Gli Shinedown sono quattro ragazzi dalla Florida che hanno venduto più di dodici milioni di dischi in tutto il mondo, evolvendosi e lottando nel marasma di un mercato saturo di band che salgono sulle spalle di miti viventi del rock. E lo fanno anche loro, Brent Smith il cantante, Zack Myers il chitarrista, Eric Bass al basso (esatto, un nome una vocazione) e Barry Kerch alla batteria. I loro miti variano dai Pantera, con il loro metal estremo da grandi platee, ai Lynyrd Skynyrd e il loro Southern rock così viscerale, emotivo. In mezzo tutto il calderone degli anni ’90 e l’immancabile grunge, ma anche Otis Redding, Marvin Gaye.

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Gli Shinedown nel corso di due decenni sono esplosi, hanno cambiato pelle, stile, atteggiamento. Persino il look. Hanno esplorato tutte le strade possibili fino all’apertura, sempre rischiosa, al pop e all’immediatezza radiofonica. Dagli esordi rock del 2003 di Leave a Whisper, l’esplosività grezza trainata dal timbro potente di Smith, alle sbandate melodiche e i flirt radiofonici di A Threat To Survival. Amaryllis come punta massima di maturità ed equilibrio tra energia e melodia. Quindi la recentissima presa di posizione decisa di ATTENTION ATTENTION. E nel mezzo di questo cammino, nel 2008, la perla The Sound Of Madness. Quella vetta che ogni gruppo ha, nel pieno dello slancio giovanile dove ancora la propulsione è al massimo verso l’abbandono definitivo dell’atmosfera della mediocrità, ma dove gli ingredienti della propria arte sono dosati alla perfezione. Dieci anni fa, l’album tutt’oggi migliore della band.

10 ANNI FA…
Imploso su se stesso il grunge e i suoi eroi, l’America della musica si è trovata a fare i conti con un benessere inaspettato che si è infiltrato nella comunicazione musicale come muffa tra i mattoni di una casa abbandonata. Sono gli anni delle ceneri delle boyband, dei video musicali, del mercato del più fico. Ma sotto questa patina di colori e sorrisi, il malessere della società capitalistica corrode ancora come un acido di una batteria. I grandi messia del dolore hanno ceduto e sono caduti: Morrison da tempo, Cobain, i Joy Division, i Cure, sono tutti sprofondati nell’oblio degli scaffali polverosi di una generazione di giovani pieni di rabbia, senza nessuna guerra da combattere, alle prese con dei coetanei che non comprendono, dei valori che non riconoscono, dei genitori che non parlano la stessa lingua.

Ed è in questo territorio disastrato ma dal grandissimo potenziale che si sviluppa l’Alternative rock. Prendendo tantissimo dal grunge, molto dal metal classico e dal punk, ma anche dagli anni ’80 e dal folk, crea un contenitore dove fare esplodere tutte le frustrazioni di una generazione. Band come gli Staind, i Nickelback, i Puddle Of Mudd e i Creed parlano di tutti queste ferite aperte e fanno vibrare i nervi scoperti di una nazione vendendo milioni di dischi e il loro riverbero approda ben oltre i confini americani, anche in Italia. Anche di loro però dopo un ascesa vertiginosa a cavallo del secolo, nel 2008 si trova solo qualche traccia sbiadita. Pochi sopravvivono all’ondata revival anni ’80 e poi anni ’90, dal ritorno poderoso del pop e dall’esplosione dell’indie rock. I Breaking Benjamin, i Chevelle, i Godsmack, gli Alter Bridge e gli Shinedown sono tra i pochi che ancora riescono ad emergere e fare numeri vicini a quelli del periodo d’oro. Brent e soci hanno continuato con decisione e convinzione un percorso che li ha visti cambiare pelle e adattarsi al mercato, come sempre si è fatto nell’alternative, nel tentativo di sopravvivere allargando il più possibile il bacino dei propri fan. Sono ancora lì infatti.

IL DISCO
Undici tracce che di pazzerello non hanno niente. Anzi, c’è moltissima lucidità, pianificazione. La calibrazione è perfetta nella composizione di un album dai tempi e dai toni perfetti. E non solo funziona come opera intera ma annovera nella sua tracklist almeno quattro classici della band, pezzi rappresentativi in maniera massimale del suono della prima fase della loro carriera. Parlo di Devour e di Sound Of Madness, due pezzi potenti e dall’incedere granitico dove il timbro di Brent spicca su una ritmica matematica e assillante, che ricorda una marcia militare. Second Chance è la ballata classica da buttare in pasto alle radio, dotata della melodia giusta da attaccare alla mente degli ascoltatori senza risultare stucchevole o banale, ed è cosa tutt’altro che scontata. The Crow And The Butterfly è forse la canzone di maggior spessore melodico, semi acustica, dal testo e dalla melodia di caratura superiore. Prima di perdersi per trovare la direzione giusta da intraprendere, The Sound Of Madness era il punto di incontro perfetto delle varie influenze degli Shinedown, che qui sanno spingere forte con Cyanide Sweet Tooth Suicide ma anche raccontare a lume di candela emozioni e sentimenti profondi con Call Me.

…OGGI
Gli Shinedown di oggi sono diversi, più elettronici e meno sfrontati di un tempo. Sempre graffianti ma molto più contemporanei, avvicinati ad un contesto pop-rock (che per quanto mi riguarda, sarà sempre una forzatura in questo genere) con tanto di vendite e numeri che gli danno ragione. Band come Muse e Linkin Park, per citarne alcuni, hanno dimostrato che sul piatto della bilancia il malcontento dei fan storici pesa nettamente meno dell’apertura commerciale a masse immense di ascoltatori meno esigenti, da intrattenere piuttosto che soddisfare. Quasi tutti nell’alternative ci sono cascati e pochi sono riusciti al termine di questa metamorfosi a mantenere un’identità, una coerenza con se stessi e la loro anima musicale. Gli Shinedown ci sono riusciti, a conti fatti. Questo album è il banco di prova e di confronto per verificare quanto gli Shinedown di oggi si sono allontanati dal loro nucleo essenziale. Perché The Sound Of Madness sarà sempre lì a ricordarci la loro anima puramente hard rock. Questo album è ascoltabile ancora dopo dieci anni con piacere e coinvolgimento, perchè ogni canzone ti porta alla successiva spingendoti o cullandoti dolcemente, ma tenendoti sempre a distanza di sicurezza dalla noia.

Daniele Corradi

Foto di Elena Di Vincenzo

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