Onstage
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20 anni fa usciva il debutto dei System Of A Down

La copertina è uno sfondo nero su cui spicca una mano aperta. Una mano che proviene dal basso e sembra stare a metà tra la disperazione e l’aggressività, tra il richiamo di aiuto di una mano tesa ad impedire la caduta giù da un baratro e l’aggressività di un artiglio che tenta di uscire dall’irrealtà e piombare nel nostro quotidiano, afferrandoci per portarci dentro la buia tana del coniglio. Ed è tutto quello che c’è dentro l’esordio dei System Of A Down datato 1998, vent’anni oggi. Rick Rubin riconosce le potenzialità di questi strani amici armeni che hanno deciso di fare musica insieme e di sfondare, li indirizza esattamente dove si poteva fare maggiormente male all’America di fine secolo e li fa deflagrare in una maniera che non avrà mai più precedenti. I System Of A Down dell’esordio sono unici. Da allora non sono più stati gli stessi, sono cambiati, si sono evoluti, sono caduti. Il disco del 1998 resta un caso a parte, una dimostrazione di potenza senza concessioni, senza pietà sonora. Nessuno si è mai avvicinato a tale crudezza e poliedricità culturale, nemmeno i SOAD stessi.

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20 ANNI FA…
L’Alternative Metal o più nel particolare il Nu Metal si insinuava come sale in quei tagli da carta che solcavano l’epidermide sociale dell’America alle prese con la globalizzazione, i conflitti di religione, la multietnicità che cresceva a ritmi estremamente superiori all’emancipazione legislativa e mentale di una nazione ai primi posti per molti aspetti ma retrograda e conservativa per molti altri. Contraddizioni che nel tessuto sociale si concretizzavano in miriadi di fuochi di protesta, un’energia nevrotica che scorre sottotraccia. Sono gli anni dei Rage Against The Machine, di decine di gruppi che usano svariate forme musicali e linguistiche per gridare il loro dissenso, mischiandole insieme in questo minestrone di stili. Il produttore Rick Rubin intuisce che la critica può essere ancora più eversiva e incisiva se proveniente da un punto di vista diverso, in qualche modo esterno. Ecco che Serj Tankin e il chitarrista Daron Malakian offrono la voce e le facce giuste per inserirsi in questi anfratti conflittuali ed esplodere. E per farlo decidono di puntare su un metal strambo ma senza nessuna concessione alla melodia. Quello arriverà dopo e in maniera massiccia e caratterizzante per i SOAD che sono entrati nel nostro immaginario. Ma all’inizio c’era da demolire, e nell’esordio del 1998 lo fanno alla grande, tra cantato growl e riff puramente metal, un impianto ritmico matematico e allucinato edificato dAAShavarsh Odadjian (basso) e Andranik Khachaturian (batteria). Rabbia e istrionismo circense condiscono i messaggi contro guerre, religioni e politica con due personalità gigantesche e stridenti che funzionano (per il momento) a meraviglia, quelle di Serj e di Daron.

IL DISCO
System Of A Down del 1998 esce in piena esplosione Nu Metal, un periodo in cui tutto o quasi era concesso, dove gli stili si fondevano e perdevano confini, contorni. Se pensiamo alla maggior parte dei gruppi di allora ci vengono in mente stili melodici alternati a finestre rap, amalgamati da riff di chitarra dove l’assolo era a tutti gli effetti bandito. Il primo System Of A Down pur affacciandosi come esordiente nel ring ha il carattere e la sfrontatezza di sovvertire ogni aspettativa. In un apparato che si proponeva di creare qualcosa di nuovo partendo dal vecchio ma di fatto suonando già stantio e ripetitivo, i SOAD offrono qualcosa di assolutamente nuovo, sorprendente, sfacciato e spiazzante. I riff sono di tono slayeriano, il cantato è il vero elemento aggiunto. Serj Tankian canta con ipnotico timbro orientaleggiante un metal duro e prettamente occidentale. I ritmi sono forsennati ma non vanno mai nella stessa direzione o alla stessa velocità, continuano a cambiare senza dare nessun riferimento all’ascoltatore. Il growl si mischia al melodico. Sentire P.L.U.C.K per averne un sunto conciso e fulmineo. A parte una sola eccezione, nessun pezzo o quasi arriva a durare quattro minuti. Solo Mind si attesta sui sei minuti e mezzo, portando con se un pizzico di psichedelia grottesca, che sfocia in una miriade di cambi di tono, di situazioni, di tempi.
Sembra di avere a che fare con uno schizofrenico che ci mostra il suo mondo fatto di scale al contrario, di specchi che riflettono a metà, sentieri che si arrotolano a spirale. Le armoniche di Daron che si aprono ai riff puramente metal sono l’altro marchio di fabbrica della band. Con Sugar cominciano ad ammucchiare i classici in bacheca, e così anche con War?, la cui crudezza e denuncia sociale si materializza nella graniticità dei riff e nel cantato allucinato di Tankian. La bellissima Spiders è una finestra sui System Of A Down del futuro, più melodici, malinconici, che fanno cantare a squarciagola i propri fan. Ma il resto dell’album è una corsa continua a ginocchia alte, sbattendo i piedi, urlando a pieni polmoni. Dagli armonici di Suite-Pee che aprono al ruggito del motore ai massimi regimi del loro metal alternativo, si passa attraverso all’altra canzone ‘lunga’ del lotto, con i suoi quattro minuti, Peephole presenta anche lei molti ingredienti che verranno approfonditi in futuro dagli album dei SOAD.

DAL VIVO
Tra il 1998 e il 2001 l’esposizione dei System Of A Down aumenta senza sosta. Le loro performance ai festival rimangono nella storia come alcune tra le più partecipate e violente di quell’epoca. Che poi i SOAD dal vivo non siano mai stati eccellenti esecutori è cosa abbastanza risaputa. Ma a cosa serve esserlo se arrivi sul palco e distruggi ogni forma di vita nel giro di pochi minuti, come dimostra eloquentemente il video qui sotto?

…OGGI
System Of A Down del 1998 è un caso unico, tanto nel metal alternativo quanto nella discografia del gruppo. La loro rabbia è andata scemando negli anni diventando altro, riflessività, amarezza, poesia. La concisione dei concetti espressi è direttamente proporzionale alla loro rabbia e alla loro voglia di emergere. Con il loro capolavoro successivo, Toxicity, i SOAD oltrepassano un confine invisibile, quello che tutti i gruppi oltrepassano, soprattutto quelli che fanno musica estrema. I System Of A Down di oggi sono un gruppo di signori che hanno dato e avuto tutto dal loro genere e dalla loro arte, che vogliono esplorare altro. Serj da solista e Daron con gli Scars On Broadway. Live sono ancora attivi ma le loro performance sono ben lontane dai livelli iniziali, mentre nelle loro dichiarazioni ripetono categoricamente che nessuna idea per un nuovo album è stata presa in considerazione e difficilmente lo sarà, con una incredulità soppressa come a chiedere ai propri fan se davvero vorrebbero sentire certi temi, certi suoni urlati da dei signori di cinquant’anni. Cosa che sui palchi fanno con evidente fatica. Questo disco è anche per questo godibile ancora oggi perché come innovativo e deflagrante era venti anni fa, così rimane ancora oggi. Indicatore di una società che è spiazzante rendersi conto quanta poca strada abbia fatto nelle due decadi passate.

Daniele Corradi

Foto di Onstage

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