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Paul McCartney marcia washington john lennon

I 50 anni del White Album dei Beatles

L’album omonimo dei Beatles, conosciuto e consegnato alla storia come il White Album, compie oggi 50 anni. L’album bianco possiede tutte le caratteristiche dell’opera d’arte. Fissa nel tessuto immanente della cultura non solo uno spaccato musicale di pregevole fattura ma anche un momento storico, un turbinio di personalità straripanti e uno squarcio socioculturale di un’epoca passata, che la maggior parte di noi non ha vissuto in prima persona ma che vive dell’ingrandimento del mito tramandato.

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The Beatles è un simulacro, un monolite a imperitura memoria di un’eccellenza umana. La quantità di materiale, di aneddoti e storie rinchiuse in esso lo innalza a ben più che un disco fisico. E’ un portale che conduce in mondo caotico, stupendo, disordinato e geniale, fatto di eccessi e di lampi di creatività. Introduce all’universo formato da quei quattro geni musicali ma non solo, anche dei personaggi satellite che hanno sfiorato la storia.

White Album è il viaggio giunto al termine di un gruppo finito, ma che continua ad andare a velocità supersonica spinto dalle ali dell’ego dei suoi componenti. E’ un racconto di litigi, di spacconate e di spunti di qualità inarrivabile, che si concretizzano in un disco gigantesco, dispersivo, allucinato, pieno di poesia e mistero, di momenti grotteschi e imbarazzanti contrapposti ad altri di immensa profondità. Un’abbondanza sconvolgente di elementi che compone l’esatto contrario del nero e dell’assenza, la saturazione del tutto, il bianco. E’ tempo di rivoluzione.

50 ANNI FA…
Non è facile per chi scrive disegnare il ritratto del contesto dentro il quale è incastonato l’album dei Beatles, per il semplice motivo che non l’ho vissuto. Ma non ricordo chi diceva che l’unica macchina del tempo, oltre che i propri ricordi (ma che per forza di cose ti fanno viaggiare entro il limite della tua vita terrena) è la musica. E l’album bianco non è solo un accozzaglia di note messe insieme.
Una delle cose che più mi hanno sempre affascinato dei Fab Four è la loro ispirazione sovraeccitata, stimolata da qualsiasi cosa entrasse dentro la loro sfera sensoriale. Essa era accesa da una gamma enorme di elementi, dai più colti ai più grotteschi e insignificanti. Poteva essere un verso di una poesia, una vicenda quotidiana, una filastrocca. Questo li rendeva dei testimoni eccellenti del loro tempo.

Quel 1968 che racchiude il percorso che ha portato alla registrazione travagliata del White Album era un anno di immensa energia nervosa del tessuto sociale mondiale. Tutto vibrava di una forza inespressa che montava come un terremoto, e che poi esplodeva in situazioni di violenza inaudita. Erano gli anni del Vietnam e di Nixon, delle rivolte studentesche (alcune sfociate nel sangue come in Messico, dove fu gravemente ferita anche la nostra giornalista Oriana Fallaci), anni di sparatorie eccellenti con vittime come Martin Luther King e Andy Wharol.
In questo disordinato contesto, i Beatles erano una specie di bolla sospesa al di sopra di tutto, che assimilavano ogni cosa ma da una certa distanza sensoriale. Erano appena tornati dall’esperienza indiana e dalla delusione di scoprire che le esigenze del santone Maharishi Mahesh Jogi erano ne più ne meno quelle di tutti gli altri esseri umani sulla terra. Ma se dal punto di vista spirituale la trasferta era stata fallimentare, da quello dell’ispirazione era stato un successo. Grazie alle droghe ovviamente, alla meditazione, alla presenza di alcuni eminenti colleghi come Donovan e Mike Love dei Beach Boys, alle droghe (l’ho già detto?).

Tutto è finito nelle session preliminari denominate The Kinfauns Demo o Esher Sessions, dove le idee sono accumulate in quantità stupefacente, molte delle quali rimaste fuori dall’album e rispuntate in futuro negli album solisti di John Lennon (Child Of Nature diventerà la bellissima Jealous Guy) di McCartney (Junk) e di Harrison (Not Guilty, Circles, Sour Milk Sea). Le storie racchiuse in questo scrigno di prodigi sono tantissime: dai litigi tra le due prime donne Lennon e Paul, con gli abbandoni del tecnico del suono Emerick esasperato dai continui litigi, dello stesso Ringo Starr poco motivato dal suo ruolo di comprimario nel gruppo, poi tornato con tanto di torta di benvenuto ad accoglierlo negli studi.

Le situazioni ‘esterne’ come l’agghiacciante vicenda degli omicidi di Charles Manson, convinto che alcune canzoni dell’album gli parlassero e lo motivassero nelle sue depravate azioni (nel dettaglio e secondo le sue dichiarazioni, Helter Skelter, Revolution 9 e Piggies), la sorella di Mia Farrow, allora moglie di Paul, Prudence, che aveva preso una brutta botta ‘spirituale’ durante il periodo indiano e non voleva saperne di uscire dalla sua camera per più di una settimana e che ispirò Dear Prudence (“Won’t you come out to play?”). L’avventura della creazione dell’etichetta discografica propria con il marchio della mela, un progetto azzardato di artisti non manager che ha fatto grossi danni economici. L’avvento della figura ingombrante di Yoko Ono, che accentrò su di sé tutta l’attenzione di John Lennon diventando il suo universo artistico e sentimentale, allontanandolo di fatto dal mondo dei Beatles. Presente per tutto il processo di registrazione dell’album, per molti Yoko è il simbolo dell’allontanamento dei quattro musicisti, l’elemento distorsivo che ha minato e corroso dall’interno le linee di forza che hanno mantenuto salda fino ad allora la loro amicizia.

Dentro quello studio ognuno lavorava da solo, sviluppando le proprie idee, registrando con l’aiuto di turnisti i pezzi propri, con rare e burrascose collaborazioni. Solo Eric Clapton dei Cream, con la sua comparsata per aiutare Harrison con While My Guitar Gentrly Weeps, è riuscito a riportare calma e compostezza. Ma solo per poche ore; per il resto l’album è un turbine di forze contrastanti e disconnesse che trova il suo valore nelle canzoni più che nel complesso.

IL DISCO
L’orgia di colori di Sgt. Pepper e la sua psichedelia allucinata erano state travisate dalla massa, ridotte da spunto artistico a moda: una situazione che deluse la band, in particolar modo Lennon, che si trovava nel pieno di un travaglio interiore che lo porterà ad un’era totalmente nuova della sua maturità artistica e che si concretizzerà nella figura della musa (collega e complice Yoko Ono).

La risposta polemica a tutto questo è un rifiuto di ogni particolare, di ogni colore. La tavola bianca da riempire con l’ego dei musicisti. L’elenco delle canzoni è il frutto di lotte interne, dispetti e pulsioni artistiche e superficiali in molti casi, esplosioni musicali di capricci di personaggi onnipotenti. I generi presenti sono tra i più disparati, come gli spunti di ispirazione. Dalla già citata problematica di Prudence Farrow che ha regalato al mondo la dolce leggiadria di Dear Prudence, fino al tributo ai Beach Boys con il rock di Back In the U.S.S.R. (come in altri episodi del disco, la batteria è suonata da Paul per la defezione temporanea di Ringo) e il rock ammiccante e spudorato di Why Don’t We Do It in The Road?, ispirato da un gruppo di scimmie che Paul ha visto in India dal terrazzo della sua camera proprio mentre si stavano accoppiando. Molti sono gli episodi grotteschi figli di velleità edonistiche dei musicisti, come Glass Onion, Wild Honey Pie, The Continuing Story of Bungalow Bill e ovviamente Ob-La-Di, Ob-La-Da, una frase che in un dialetto di una tribù nigeriana significa ‘la vita va avanti’.

Ovviamente in mezzo a tutto questo trambusto di ego ci sono incastonate vere e proprie gemme dal valore culturale enorme. E sono tante. Su tutte il momento in cui George Harrison decide di marcare la sua superiorità compositiva. La profondità evocativa di While My Guitar Gently Weeps, impreziosita dall’assolo di Clapton, è uno dei momenti qualitativamente più alti di tutta la discografia del gruppo di Liverpoool. Più composto e posato delle due altre personalità soverchianti di Lennon e McCartney, Harrison qui si ritaglia un momento di grandezza meritato, rimarcato dalla critica sociale di Piggies.
McCartney fa musicalmente a botte con l’ego di Lennon attraverso capolavori come Blackbird, ballata dolcissima suonata con la tecnica del fingerpicking, imparata dal collega Donovan in India tra una meditazione e l’altra, o ancora come il rock allucinato di Helter Skelter, ispirato ai The Who e sviscerata durante una sessione di registrazione caotica e sconclusionata.

Lennon in questo album è strabordante, un uragano che disarciona tutti gli appigli della band. Il suo rapporto distrutto con la moglie Cynthia e quello nascente con Yoko Ono sono di grande ispirazione (Yer Blues), come lo è la rabbia nei confronti del santone Maharashi (Sexy Sadie). Si lancia anche verso la sperimentazione estrema di Revolution 9, quasi un cocciuto sgarro ai suoi compagni di band (che volevano estrometterla dalla tracklist) e rivendicazione di individualismo tra sovra incisioni di suoni, urla e parlato anche della stessa Yoko. Ma c’è anche la dolcezza di Cry Baby Cry, della dedica alla madre Julia, il lamento insonne di I’m So Tired, la stramba dedica alla sua musa Everybody’s Got Something to Hide (Except Me and My Monkey), Happiness is a Warm Gun ispirata da una rivista di armi del produttore George Martin. Il povero Ringo contribuisce anche lui tra capricci e ripensamenti con Don’t Pass Me By, prima canzone interamente composta dal batterista, e cantando la lennoniana Good Night.

E OGGI…
Il White Album è a tutti gli effetti un lavoro crepuscolare, anche se la fine definitiva del gruppo avverrà nel ’70. Nonostante abbia tutte le caratteristiche di un disco di fine carriera, quelli che sarebbero difetti nei gruppi normali, qui diventano punti di forza. L’assenza totale di amalgama e armonia tra le canzoni e tra le parti che formano le canzoni stesse sono un caos magnifico, godibile all’ennesima potenza.

La varietà estrema non disturba. Il produttore George Martin avrebbe voluto un album composto da 12 pezzi, 12 capolavori. Ma provate a pensare di essere insigniti voi, adesso, del dovere di scegliere 12 canzoni dalle 30 finite su disco. Sarebbe un incubo, perché la verità è che il White Album è perfetto così, con le sue stravaganze e le sue tensioni.

Dopo 50 anni si tende a fruire dei Beatles attraverso le singole canzoni, e raramente importa che una provenga da Revolver, Sgt. Pepper o Abbey Road. Ad un profano la tracklist dell’album bianco potrebbe essere scambiata per una playlist di un fan dei Beatles un po’ pazzo, ma la verità è che siamo di fronte ad una testimonianza come solo le più grandi opere d’arte dell’uomo sanno essere. Il mito dei Beatles si è alimentato da solo, rotolando come una valanga dal monte della storia, partendo da una pallina di neve (bianca) arrivando ad essere una delle più devastanti slavine della cultura musicale.

Daniele Corradi

Foto di Francesco Prandoni

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