Onstage

The Darkness, Permission to Land compie 15 anni

I Darkness sono un paradosso. Sono la band “moderna” che più si è avvicinata ai mostri sacri che popolavano l’era geologica d’oro del rock’n’roll (fine anni sessanta e buona parte dei settante) e allo stesso tempo sono stati quella più odiata e schernita dai più infervorati e convinti fan di quello stesso periodo. Tutto ebbe inizio con una vera e propria doppia deflagrazione: l’uscita quindici anni fa di Permission to Land, primo album della band inglese e il lancio nell’etere del primo singolo e annesso video (che oggi chiameremmo virale) I Believe in a Thing Called Love.

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15 ANNI FA…
Finita l’epopea grunge, finita o in crisi nera anche la breve parentesi nu metal, la grande casa madre del Rock viveva tempi confusi. Si inizia o re-inizia a parlare di indie rock con Strokes, White Stripes e compagnia, ma a parte singoli di indubbio successo e pochissimi gruppi davvero originali come i Mars Volta, non si vede nessuna linea ben definita. Il pop spadroneggia. Timidamente, in questi casi di emergenza, si affacciano gruppi nostalgici come gli australiani Jet, ma nulla poteva far presagire il successo clamoroso che una band di apparenti guasconi come i The darkness potesse entrare prepotentemente nelle heavy rotation radiofoniche e televisive.
I the Darkness erano già ben conosciuti nel circuito live inglese, non che il pubblico rock della Regina li vedesse di buon occhio, ma i loro concerti erano sempre più che affollati: il classico caso dell’amico che ti dice “mi fanno schifo!” e che poi ritrovi allo show. I brani di Permission to Land erano quindi già vivi e vegeti prima di finire incisi su un supporto (altro aspetto che accomuna la band dei fratelli Hawkins alle band rock anni settanta) e quando Sony si fece finalmente avanti per scritturarli, i The Darkness presero la decisione di firmare. Ma con Atlantic (Led Zeppelin docet).

IL DISCO
Permission to Land è un concentrato di singoli rock. Una Redbull all’ennesima potenza di sonorità e tematiche vecchia maniera. Chi non si soffermava sull’aspetto e l’atteggiamento della band nei videoclip, ma lo ascoltava ne rimaneva catturato in zero attimi. I Believe in a Thing Called Love, con il riconoscibilissimo riff iniziale, ti predispone immediatamente all’attitudine molesta, così come Black Shuck e la potentissima Get Your Hands Off of My Woman.
Growing on Me e Love Is a Only a Feeling erano ballate che si insinuavano sottopelle dopo pochi ascolti e anche quando, volendo cercare il pelo nell’uovo per criticare almeno la parte tecnica/esecutiva della band, si andava ad analizzare i pezzi uno ad uno, ci si scontrava contro il muro di estensione vocale di Justin Hawkins che dava lezioni di canto in Stuck in a Rut e Holding My Own.
Insomma: pezzi radiofonici da meno di tre minuti, ballate, riff originali ma sapientemente derivati, un brano Love on the Rocks With no Ice che dura ben sei minuti e nessun riempitivo.
L’album perfetto.
L’album che ti schiaccia, ed infatti schiantò i The Darkness da lì a breve, con la prima defezione eccellente del bassista Frankie Poullaine e il successivo scioglimento della band quando fu chiaro che Justin, pochi mesi dopo l’uscita del secondo album, non fosse più in grado di gestire le sue dipendenze.

…E OGGI
Permission to Land non è stato una meteora, lo dimostra l’eccellente secondo capitolo della band, ma è un album, come detto, fin troppo perfetto. E la band? La band non era una truffa. Anzi. Dopo la coraggiosa reunion del 2011, chi si aspettava di rivedere sulle scene una coverband, si è trovato di fronte a dei The Darkness più convinti che mai nel proporre nuovi brani di ottima fattura rock, senza per questo rinnegare il loro spirito più scanzonato (questo sì, derivato dagli anni ottanta e dall’hair metal). Il grande successo non è mai più tornato, ma su una cosa potete essere certi: quando un promoter vuole riempire un club o mettere in apertura di un colosso mainstream del genere (Guns N’ Roses a Imola, giusto per citare un esempio) una band che scaldi la platea, faccia divertire e suoni da dio, nella rosa dei 5 nomi papabili inserirà sempre e comunque i The Darkness.

Mathias Marchioni

Foto di Elena Di Vincenzo

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